Questo libro si propone come un racconto fotografico di alcuni fra i deserti che ho

attraversato di corsa, registrando volti e personaggi, angoli di antiche città, vuoti e silenzi assoluti.

Dal Deserto del Gobi al Sahara, all'Atacama e, infine all'Antartide – il deserto dei deserti.

È «4 Deserts», fra i circuiti di ultratrail più impegnativi al mondo che ho compiuto dal 2007 al 2010.

Il libro sostiene l'azione del CCM – Comitato di Collaborazione Medica – organizzazione no‐profit

composta di medici volontari che opera, specialmente nei paesi e nelle regioni più povere del mondo, a tutela del diritto di cura e delle persone più vulnerabili, come donne e bambini.

Dalla prefazione di Giuseppe Meo


Quando mi è stato chiesto di scrivere una prefazione al bel libro di Emanuele, confesso di avere espresso una prima istintiva rinuncia.  Questo per dichiarata incapacità : “Non sono uno scrittore, la mia prefazione non sarà mai un gran che, temo che lo danneggerebbe”.

Poi ho sentito che le due iniziative, la cooperazione con i paesi in via di sviluppo condotta dal Comitato Collaborazione Medica e l’impresa sportiva di Emanuele, sono accomunate da una serie di aspetti, aspetti solo apparentemente superficiali o esteriori, invece intrinseci e propri. Vorrei illustrare alcuni che mi paiono più significativi.


Eccezionale è stato l’impegno profuso da Emanuele nelle sue corse nei deserti più inospitali e remoti, un’impresa sportiva caratterizzata dalla fatica estrema.

Anche avviare il nostro lavoro in Sud Sudan, lacerato dalla più lunga e cruenta guerra africana che ne ha causato arretratezza e povertà  senza pari, ha richiesto un eccezionale impegno. Abbiamo deciso di andare in soccorso della  gente di questo paese pur conoscendone bene difficoltà e rischi.

Come si può non mettere insieme le due iniziative? Non è, tengo a sottolineare, l’amore dell’avventura e dell’esotismo, bensì qualcosa di più profondo.

Tutti i deserti percorsi da Emanuele sono abitati da poveri che vivono con difficoltà le loro esistenze. Ebbene dal libro e dai video traspare l’amore per questa gente, per persone umili e dimenticate, il piacere di incontrarle nei loro luoghi e nelle loro case, di condividere il cibo e l’abitazione, di conoscere i loro usi e costumi. Su questa umanità dimessa è rivolto uno sguardo benevolo e affettuoso.

Questo desiderio di condivisione personale è uno dei temi centrali dell’ ideologia del CCM: tutti noi volontari, quando  siamo in missione in Africa, amiamo sederci con loro, conversare con semplicità, accarezzare i loro bambini.

E questo è quanto ci chiedono, o vorrebbero chiederci timidamente, anche loro: “I vostri progetti scritti non hanno anima; noi vogliamo incontrare voi, il calore delle vostre persone, vogliamo ridere insieme a voi”.Il contatto diretto ci dà capacità di ascolto: il mistero della loro povertà si apre un pochino anche a noi e ce li fa sentire fratelli, ci identifica in loro e annulla la diversità, la distanza. Abbiamo capito da tempo che non c’è diversità etnica, religiosa, culturale, sociale che impedisca un rapporto di amicizia vero, non retorico, una relazione ove si scambiano valori importanti. Quante belle cose mi hanno insegnato i miei infermieri sudanesi, concetti quali il senso della collettività, la generosità della rinuncia, l’umiltà delle lunghe attese in silenzio, l’amore per i bambini, l’attitudine a educarli alla responsabilità con dolcezza senza ricorrere a punizioni o ad alzare la voce.  

 

Il libro documenta la sobrietà richiesta dalle corse dei deserti, la povertà e la semplicità dei mezzi impiegati. E’ questo un concetto che caratterizza il lavoro della cooperazione nei paesi in via di sviluppo. Il gergo della cooperazione internazionale chiama “tecnologia appropriata” il ricorso a mezzi semplici, di facile uso, robusti e poco costosi a cui è costretta, anche per motivi economici, l’assistenza ai paesi a basso reddito.

E’ una ristrettezza di risorse che avvicina e un po’ accomuna sia l’ impegno nel  nostro lavoro di cooperazione, sia il contesto dell’impegno sportivo di Emanuele.

Anzi, a me pare che li nobiliti entrambi.


In virtù di queste affinità sono orgoglioso di presentare questo bellissimo volume e di rendere onore all’offerta dell’autore di contribuire alle iniziative del nostro Comitato di Collaborazione Medica: cercheremo di esserne degni. 




Dalla prefazione di Carla Perrotti


DESERTO: nessuno può restare indifferente davanti a una espressione della natura così imponente. Ti prende subito, cattura ogni tuo pensiero, ogni emozione diventa tangibile. Lo senti dovunque, nella testa, nel cuore e nei muscoli.

Anche per Emanuele Gallo è stato così. Lo si evince dal suo modo di raccontare. Lui, maratoneta, nei Deserti ci va per correre, ma non solo. Ha bisogno di rivivere momenti unici, spesso difficili da raccontare e da far capire a chi in questi luoghi non è mai stato.

Succede anche a me, che di Deserti ne ho attraversati sette da sola, a piedi con 25 chili di zaino sulle spalle. Non li ho affrontati di corsa ma camminando, per sentirne ogni granello di sabbia, per ascoltarne i grandi silenzi, per perdermi nello spettacolo delle notti stellate.  Ho raccontato i miei Deserti in tre libri, però resta il dubbio di non essere riuscita a descrivere ai lettori tutto quello che ho sentito e provato in quelle settimane di solitudine assoluta.

Da qualche anno accompagno con Desert Therapy piccoli gruppi di persone a conoscere il Deserto, ed ogni volta sono stupita dal cambiamento che questi viaggi in pochi giorni riescono ad operare nei partecipanti: solo quando lo si incontra fisicamente si riesce a comprenderne la magia.

Emanuele è un atleta, un grande sportivo ma anche un uomo che sa vivere le proprie emozioni, che non si limita a correre contro il tempo ma che trova il tempo per guardare, osservare gli spettacoli che la natura gli ha regalato nelle sue gare attraverso i Deserti. Ha imparato ad accettarne le regole, sa gestire la sofferenza e la fatica senza dimenticare che per andare avanti bisogna trovare il giusto equilibrio tra i muscoli e la mente ma soprattutto avere dentro tanta passione.

Personalmente ho sempre considerato i ritmi di una gara poco adatti allo spirito di un luogo che predispone alla contemplazione, alla meditazione, dove spazio e tempo seguono regole ormai dimenticate. Le esperienza fatte con i nomadi che nei Deserti vivono mi hanno insegnato questo. Però leggendo i pensieri di Emanuele ho capito che la sfida contro il cronometro non è per lui determinante.  È riuscito a cogliere la vera essenza dei luoghi che ha conosciuto durante le sue competizioni, a liberare i pensieri, a ritrovare se stesso.

Il Deserto è un grande maestro di vita: credo che anche Emanuele Gallo abbia imparato tanto da lui. E sono certa che se ne è innamorato. Come è successo a me.

Per ordinare il libro puoi inviarmi una mail oppure contattare direttamente il CCM

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