Il maratoneta – a cura di Irene Borgna

Intervista a Emanuele Gallo, l’ultrarunner borgarino con la passione per i deserti. Che però si inventa sempre nuove sfide anche 
sulle montagne di casa: l’ultima quest’estate,
quando ha compiuto, di corsa, la traversata solitaria integrale delle Alpi Marittime, dal Colle della Maddalena al Colle di Tenda.

Se due persone si incontrano per la strada e, anziché chiedersi genericamente: «Come va?», si lanciano in scrupolose indagini sullo stato di salute di giunture e arti inferiori, ci sono buone probabilità che si tratti di una coppia di corridori. È quindi dopo i convenevoli di rito – «E la tua schiena?», «Un po’ meglio, grazie! Le tue ginocchia, invece?», «Così così, ma passerà» – che inizia la mia chiacchierata in un bar di Valdieri con Emanuele Gallo, classe 1973, due occhi immensi per un corpo minuto e agile. Emanuele corre, corre forte. Gli piace stancarsi nei deserti di tutto il mondo e sulle sue montagne, «che poi, fra l’altro, non c’è mica tutta questa differenza».
Per un borgarino doc le Marittime sono la natura e l’avventura a mezz’ora da casa, ed è lì che tutto ha avuto inizio…
«In montagna ci sono sempre andato: da piccolo a piedi, a partire dai sedici anni anche con gli sci da alpinismo. Quando non erano i miei genitori a portarmi, andavo insieme a/ con uno zio savonese dotato di una ligurissima tempra da esploratore, che partiva apposta dalla Riviera per portarmi a sperdere in posti dimenticati, alla ricerca di discese (stranamente) inedite. Per esempio, una volta siamo andati a infilarci nei paraggi del Lago d’Oro, dove tuttora mi perdo regolarmente nella boschina sotto Rocca la Bastera…
Poi ho cominciato a scalare e a fare alpinismo: allora correre è diventato un modo per prepararsi agli avvicinamenti. Ma ero un corridore da asfalto, e in quanto tale geneticamente predisposto a farmi sedurre dalla tentazione della maratona. E così, come tutti, ho iniziato a preparare anch’io la famosa maratona, quella che “almeno una volta nella vita” devi correre. Per cui nel 1997 mi sono divertito a girare per Roma in tre ore e trenta. Poi, che ci vuoi fare? Una maratona tira l’altra… la prima la fai per curiosità, quindi viene voglia di provare ad abbassare i tempi e alla fine ti ritrovi a correre per le città d’Italia e per i paesi, dove quando passi c’è l’orchestrina che tifa per te… »

La montagna come fine, la pianura bitumata come mezzo e, giusto per non farsi mancare niente, le spedizioni e i trekking organizzati dal CAI di Borgo San Dalmazzo in Ecuador e in Bolivia. Ma il 1997 ti ha dato un’altra ottima scusa per stare all’aria aperta…
«Quell’anno ho iniziato a lavorare come guardia forestale. Alle superiori ho fatto il liceo scientifico, ma fin da piccolo avevo chiara una cosa: qualsiasi professione avessi finito per fare, avrei dovuto avere sulla testa la luce del sole e non quella di una lampada al neon.»
Così alla montagna del tempo libero si è aggiunta la montagna del lavoro, quella che non si corre, ma si pattuglia, controlla, tutela…
«Quello della guardia forestale è un bell’impiego non solo perché varia molto e stai tanto all’aria aperta, ma anche perché lascia comunque parecchio tempo libero, che ben presto ho smesso di impiegare per correre su strada: dopo aver tagliato il traguardo della maratona di Torino in meno di tre ore, non avevo più stimoli a far di meglio. Pi’ che parej… Ed è stato così che, nel ‘99, mi è venuta voglia di correre la Marathon des Sables in Marocco, una corsa a tappe di 230 chilometri in autosufficienza alimentare (chi corre deve portarsi sulle spalle non solo tutto il necessario per la settimana di corsa, dal sacco a pelo agli indumenti di ricambio al materiale di sicurezza obbligatorio, ma anche il cibo, mentre l’acqua lungo il percorso è fornita dall’organizzazione, ndr) nel deserto del Sahara.
È una corsa che sulla carta sembra semplicemente infattibile. Poi sei lì apposta per correre, parti e, non si sa bene come, ti sorprendi di essere arrivato in fondo. Un elemento a cui non avevo pensato prima di partire erano le persone: in questo genere di gare alla sera si dorme in tende da quindici, con ospiti fissi. La fauna è assortita e se capiti bene è un’esperienza divertente. C’è di tutto, dal veterano che ripete la gara per l’ennesima volta al neofita, com’ero io allora…»

Evocati forse dall’atmosfera desertica, un caffè decaffeinato e un tè al limone atterrano sul nostro tavolino sotto lo sguardo vagamente compassionevole del barista intento a servire spritz e pastis agli altri avventori: in effetti è l’ora dell’aperitivo… Tra un sorso e l’altro di salutistica “acqua calda”, prende sobriamente forma un curioso racconto che da Robilante porta dritto ai deserti di tutto il mondo…
«Ho preparato da solo la Marathon de Sables, perché nella mia squadra non c’era nessuno che facesse quel tipo di gare. Siccome avevo bisogno di parlare con qualcuno che avesse già esperienza, allora ho preso le Pagine Bianche e ho telefonato a Marco Olmo. Fra l’altro se non fosse stato per lui, che mi ha detto che le iscrizioni avrebbero chiuso a breve, di sicuro non sarei riuscito a partecipare e, chissà, forse la mia carriera di corridore e la mia vita avrebbero preso una piega un po’ diversa…»
Marco Olmo. Una sagoma carismatica e severa intravista alla staffetta Valdieri-Valasco del 2012, mentre lancia un affabile cenno di saluto a un compagno di squadra che risponde visibilmente lusingato. Quando da brava neofita ho chiesto chi fosse quel tipo affilato con lo sguardo da temporale, mi è stato risposto semplicemente: «Uno di Robilante che corre in montagna, che ha vinto tanto e che saluta ancora: cioè uno come si deve». Solo qualche mese più tardi, grazie a un bel libro autobiografico, avrei scoperto la storia di Marco Olmo, “il corridore”.
Emanuele, venticinque anni più giovane, ispira meno soggezione di Marco Olmo, ma di entrambi colpisce il fisico scolpito dagli infiniti passi della corsa lunga e solitaria, dove la volontà conta quanto il motore, e soprattutto quel brillare esagerato in fondo agli occhi, come di innumerevoli stelle in fiamme nel cielo del deserto…

Già, il deserto: è nel Sahara che è nata la passione di Emanuele per quegli spazi senza misura…
«Sì, ma io lo volevo più deserto ancora. Seicentocinquanta persone sono una folla e io preferisco la solitudine. Così la volta successiva, nel 2001, eravamo appena in dodici a correre la terza Desert Marathon nella zona dell’Akakus. Una dozzina di concorrenti per tre giornate di corsa, 42 chilometri al giorno non in autosufficienza alimentare: altro che preparare una maratona, qui si trattava di farne tre consecutive! Nonostante un ginocchio un po’ capriccioso, sono comunque riuscito ad arrivare decimo. E poi ho continuato per un periodo a correre in montagna e a frequentare il deserto… in auto! Ho esplorato il Sahara in Algeria, in Libia, in Mauritania, in Mali… fino a che non ho capito che il modo che mi era più congeniale per vivere il deserto era attraversarlo a piedi. Così nel 2007 sono tornato a correre con la Gobi March, nel Deserto del Gobi in Cina, il più ventoso del mondo, primo appuntamento del circuito 4 Deserts organizzato da RacingthePlanet.
Le gare del circuito durano di solito una settimana e coprono una distanza di circa 250 chilometri, suddivisi in sei tappe, quattro delle quali di una quarantina di chilometri, un “tappone” di 70-80 chilometri e un’ultima sezione, breve, di soli 10-15 chilometri. L’autosufficienza però è totale: l’organizzazione garantisce acqua e assistenza medica ogni 15 chilometri e la tenda alla sera, tutto il resto, dal sacco a pelo al cibo alla carta igienica te lo devi portare appresso… Nel 2007 ho chiesto una consulenza per “montare” lo zaino a Checco Galanzino, veterano delle corse nei deserti: dai nove chili di allora adesso sono riuscito a limare fino a scendere quasi a sei!
Fin dalla prima gara ho tenuto un diario e scattato delle foto, per cercare di trattenere e condividere emozioni, immagini e qualcuna di quelle utili informazioni “tecniche” che ho faticato a trovare.»

Oltre alla fatica, alla soddisfazione, a un paio di scarpe da buttare, cosa ti lascia un’esperienza di corsa di questo genere nel deserto?
«Lascia emozioni, un film infinito che ha come protagonisti due piedi che scelgono con cura l’appoggio, fotogrammi spezzati di villaggi sperduti e albicocche a seccare sui tetti, sguardi lungo il percorso e amicizie nate in tenda e coltivate di anno in anno, di deserto in deserto. Lascia la possibilità di condividere con le persone che ami un periodo di vacanza prima o dopo la gara: mia moglie Claudia, che corre e capisce la mia passione, mi ha accompagnato in Antartide, in Nepal…»

Dopo il Gobi sono venuti nuovamente il deserto del Sahara, “il più caldo del pianeta”, il deserto dell’Atacama in Cile “il più arido”, ma anche il più vario e il più bello dal punto di vista del paesaggio, e infine l’Antartide, the last desert, il più freddo.
«Questa è una corsa un po’ diversa dalle altre, una gara a invito riservata a chi ha terminato le altre tre gare del circuito. Quello che la rende speciale sono le condizioni davvero eccezionali dell’ambiente e del meteo imprevedibile: si corre su circuiti che variano da tre a una ventina di chilometri e vince chi percorre più giri. Il fascino del paesaggio ripaga ampiamente della monotonia del correre in tondo nella neve bagnata e nel fango! Dopo il diciottesimo posto in Cina, il trentaduesimo in Egitto e il dodicesimo in Cile, l’Antartide è stata la gara in cui mi sono piazzato meglio: terzo assoluto. »

Ci sono stati momenti difficili durante le corse?
«Nel Sahara ho iniziato la gara con la febbre, gentile regalo dell’aria condizionata dell’areo, ma l’unico momento in cui ho seriamente pensato di ritirarmi è stato in Nepal, in preda a un’influenza intestinale coi fiocchi… Peccato che nella fase più critica del mal di pancia fosse quasi più difficile tornare indietro che andare avanti: così ho stretto i denti e ho finito persino il tappone… a quel punto non potevo non concludere la gara! Invece in Antartide i ricordi più allucinanti non sono legati alla corsa in sé, quanto alle traversate da e per Ushuaia sulla nave rompighiaccio in balìa del mare mosso e le attese per l’imbarco dopo le gare, infreddoliti sotto gli spruzzi di acqua gelida…»

Fra un deserto e l’altro non hai mai abbandonato le montagne, sia per allenarti che dedicandoti a famosi ultratrail come il Grand Raid du Cromagnon, l’Ultratrail du Mont Blanc o il Tor des Géants. E ultimamente le sfide con te stesso hai iniziato a “confezionartele” da solo. Per esempio questa estate ti sei dedicato a una traversata solitaria integrale delle Alpi Marittime, dal Colle della Maddalena al Colle di Tenda: racing the Marittime…
«Mi piaceva l’idea di provare ad attraversare di corsa le mie montagne. Ho cominciato a correre nella notte del 13 e sono arrivato il 14 agosto. L’inizio non è stato dei più promettenti: verso il Puriac ho dovuto battere precipitosamente in ritirata dopo essermi ritrovato circondato da cani da pastore decisi ad assaggiare il posteriore dello strano intruso con la frontale. Così sono sceso fino a Bersezio, andato a Ferriere, transitato per il Passo di Panieris, il Rifugio Talarico, il Passo di Scolettas, lo Zanotti, il Rostagno, il Migliorero, il Passo di Laroussa, San Bernolfo, il Passo Tesina, Sant’Anna (il fatidico giro di boa: quando a metà tragitto la domanda: «Ma chi te l’ha fatto fare» si affaccia con insistenza…), il Colle della Lombarda, la Bassa del Drous, le Terme. Sono arrivato al parcheggio alle 17,30 e lì c’era Claudia ad aspettarmi con il ricambio. Sono poi ripartito per il Morelli, dove i gestori Cis e Seba sono riusciti a tentarmi con un buon minestrone e un riposino che è durato fino alle quattro del
mattino. Da lì non mi restava che fare il Passo del Chiapous, il Colle di Fenestrelle, scendere a San Giacomo (pausa caffè), risalire al Vej del Bouc, di lì al Colle del Sabbione e finalmente al Colle di Tenda: 125 chilometri di distanza per 9000 metri di dislivello positivo… Tra l’altro la traversata è stata studiata in collaborazione con il GTER: è una società legata all’Università di Genova che lavora nel campo della geoinformazione. Hanno ampliato un modulo informatico in campo GIS per analizzare e gestire le informazioni del territorio in ambiente montano: questo programma si adatta alle caratteristiche individuali e ambientali per il calcolo dei percorsi ottimali e dei tempi previsti. Con loro ho potuto confrontare distanze, dislivelli e tempi ipotetici dei vari percorsi per la traversata delle Marittime. Poi, naturalmente, ci vuole anche il lato umano, l’esperienza… e un po’ di fortuna!»

Trottare in discesa, camminare in salita, cercare la buona direzione, fiutare il sasso giusto – quello che non si rovescia sbucciandoti il malleolo, riconoscere alla vista la consistenza di una duna, distinguere la sabbia che “porta” da quella dove sprofondi come sulla neve d’inverno, scegliere che cosa portarsi per affrontare il freddo, il caldo e tutte le richieste di un corpo sotto sforzo, attraversare la notte e i suoi rumori amplificati dalla solitudine, vivere il mattino e tutte le ore, le temperature e le bizze atmosferiche che offre la giornata… questo è correre in montagna e nei deserti. Questo è correre: un magico staccare, per un breve istante, entrambi i piedi da terra – il tentativo di volo più naturale e più riuscito della nostra specie. Un lungo volo di crociera per albatros terricoli che detestano stormi e formazioni, un volo per solitari – quasi sempre…

Squilla il telefono, e a giudicare dalla fronte aggrottata si capisce che è una cosa seria. Emanuele si scusa. Perché deve scappare e perché non mi ha raccontato tutta la verità.
«Ovviamente non corro sempre da solo: mi piace anche allenarmi con qualcuno e per anni il mio compagno di corsa è stato Nagar: probabilmente l’unico labrador sottopeso del continente europeo. Ha corso anche lui i 4 Deserti, non le gare ma la preparazione. Purtroppo adesso è giunto alla fine della sua gloriosa vita di cane corridore.»

Chi sceglie di correre solo spesso lo fa perché sa di non esserlo mai per davvero. Non teme il cielo troppo grande sulla testa né la fatica insopportabile nelle gambe perché ha una riserva interiore di forza e affetti che non fa peso e dà coraggio. Anzi, qualche volta la corsa diventa anche un’occasione di solidarietà come nel caso di Emanuele, volontario e testimonial dell’Avis di Borgo San Dalmazzo e sostenitore del Comitato di Collaborazione Medica, una Ong di personale medico volontario che realizza progetti di cooperazione sanitaria nei paesi africani: «Ho conosciuto questa organizzazione quando è stato dato il via a una raccolta di fondi in memoria di Nanni Ugliengo, amico e compagno nel Soccorso Alpino scomparso in un incidente in montagna. Nanni, che era medico all’ospedale Santa Croce dove lavora anche mia moglie, era il punto di riferimento del CCM cuneese».

Emanuele, l’uomo dei deserti, si allontana veloce col suo passo buffo di corridore da montagna che – come l’albatros di Baudelaire – «sta con l’uragano e ride degli arcieri… esule in terra, con le sue ali da gigante fatica a camminare».

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